Comsed

Sul viaggio in Turchia e Kurdistan

4 Febbraio 2008

Tra luglio e ottobre del 2007, sono stato in Turchia per un progetto di stage presso IHD, l’associazione più grande del Paese, nonchè la primissima, per la difesa e promozione dei diritti umani. Fondata nel 1986, essa esercita il suo mandato attraverso 33 sedi, 4 uffici di rappresentanza e più di 10 mila membri e attivisti. Le attività da essa svolte coprono un largo spettro, sebbene, poi, siano riconducibili a un unico obbiettivo generale: informare l’opinione pubblica del mancato rispetto dei diritti umani, così da destare le coscienze.

L’impegno di IHD nel far valere violazioni dei diritti umani e nell’invocare rispetto per la dignità umana mi è parso, e di sicuro lo è, concreto e assai coraggioso. Per il suo lavoro, l’associazione è andata soggetta a incredibili pressioni. Essa ha esperito innumerevoli ostacoli e forte ostilità. Lo svelamento di pesanti violazioni dei diritti umani e la messa in discussione di certe politiche di Stato sono stati percepiti come una minaccia alla Repubblica. Dacchè IHD è stata fondata, 21 dei suoi membri sono stati uccisi. Membri e attivisti sono stati in vario modo perseguitati – dalle intimidazioni alla detenzione arbitraria fino alla torture. Molte sedi dell’associazione sono state temporaneamnete chiuse per decisione delle pubbliche autorità. Akın Birdal, uno dei Presidenti, ha subito un attentato alla sua vita nella sede di Ankara, a opera di due membri di un gruppo paramilitare verosimilmente legato allo Stato. Pur avendo riportato ferite da arma da fuoco, è sopravissuto. Ancora la porta del suo ufficio reca i fori dei proiettili con la quale si è consumata l’aggressione…a ricordare che siamo in un Paese in cui la violenza di Stato può mettere a tacere le persone che hanno il coraggio di denunciarne gli abusi.

 

Prima dello stage, la mia esperienza di attività di difesa e promozione dei diritti umani era nulla. Ho iniziato, allora, col colmare il vuoto informativo su storia e cultura della Turchia. Me n’è derivata un’accresciuta conoscenza, quantomeno generale, di rilevanti aspetti politici, sociali ed economici del Paese. Infatti, senza una panoramica del background storico-culturale turco, non possono essere comprese le ragioni per cui sono state perpetrate, e lo sono ancora seppure in misura minore, preoccupanti violazioni dei diritti umani. La Repubblica turca, dietro la facciata democratica, cela il super-potere dei vertici militari che, di fatto, determinano la direzione politica del Paese, incuranti del rispetto delle procedure parlamentari. Lo Stato di diritto è debole: la violenza di Stato è esercitata contro ogni forma di dissenso. La critica al potere è impraticabile. Genocidio armeno, oppressione anti-curda e occupazione di Cipro sono questioni ancora aperte, sulle quali non solo l’establishment ma anche l’opinione pubblica in generale rifiutano di intraprendere un libero dibattito.  Tracciato questo sfondo, poi, la messa-a-fuoco del mio studio ha riguardato, in maniera specifica, lo stato dei diritti umani in Turchia.

 

In prima istanza, l’analisi dell’osservanza, o meno, dei diritti umani si è svolta attraverso la lettura di alcuni rapporti internazionali ( come quello UN del 2003 sulla discriminazione contro le donne, quello sempre UN del 2005 sui difensori dei diritti umani, quello del Consiglio d’Europa del 2005 sulla tortura e i trattamenti inumani o degradanti, quello di Amnesty International del 2006 sui diritti umani in generale, etc. ). Chiaro mi è parso che l’ottemperanza di un largo spettro di fondamentali diritti umani è disattesa in Turchia. Con questo mio studio documentato, la mia consapevolezza di gravi e sistematiche violazioni, prima vaga, si è fatta trasparente.

In seconda istanza, la mia valutazione della situazione dei diritti umani in Turchia si è fondata su conversazioni, sempre informali, che ho intrattenuto o con difensori dei diritti umani, o con vittime di violazioni, o con persone a quest’ultime collegate ( parenti o amici ), o anche con persone semplicemente informate sui fatti, sebbene il più delle volte fossero mal-informate ( la propaganda turca ha in vario modo inquinato le coscienze con il risultato di un ostinatissimo negazionismo storico ).

Il quadro, assai inquietante, è questo: quanto al diritto alla vita, esecuzioni o ferimenti extragiudiziali da parte delle forze di “sicurezza”, sparizioni forzate, aggressioni da parte di persone non identificate per ragioni politiche; quanto al diritto all’integrità fisica e psichica, torture, maltrattamenti, comportamenti degradanti nelle stazioni di polizia e nelle carceri, assalti violenti durante marce e manifestazioni; quanto alla libertà personale, nonché al diritto ad un equo processo, detenzioni e carcerazioni arbitrarie, processi fittizi; poi, impunità di agenti di polizia, gendarmi e guardie di villaggio in riferimento a gravissimi abusi da loro commessi; quanto alla libertà di espressione, pene pecuniarie, messe al bando, censure, restrizioni, confische; e ancora, pessime condizioni di vita nelle carceri e trattamento disumano a carico dei detenuti; pressioni, come già detto, su istituzioni e persone che difendono i diritti umani: raid di polizia, sequestro di documenti e computer, minacce, arresti e processi per “crimini” connessi all’uso della parola… Io stesso mi sono confrontato con l’ostracismo della polizia, la quale ha reso lungo e farraginoso l’iter per l’ottenimento del permesso di soggiorno in Turchia. Su ammissione di uno degli agenti, la procedura, per uno stagista in IHD, non era quella normale…

 

Chiaramente, le mie aspettative rispetto allo stage, in larga misura corrisposte nonostante certe carenze organizzative, si sono indirizzate alla comprensione dei meccanismi di funzionamento di un’organizzazione che si mobiliti per la difesa e protezione dei diritti umani. Ho acquisito delle buone competenze nel raccogliere informazioni circa violazioni dei diritti umani, attraverso la Rete, quotidiani e riviste in genere, nonché interviste alle vittime. Buone anche le competenze maturate nell’utilizzare i canali informativi per portare quelle violazioni a conoscenza  dell’opinione pubblica. Ho redatto, infatti, lettere d’appello per sollecitare le pubbliche autorità a prendere delle misure contro documentate violazioni dei diritti umani, quando non fossero quelle stesse autorità i perpetratori di tali violazioni. Mi sono occupato della costruzione di alcuni dei testi delle newsletter dei mesi di agosto, settembre e ottobre dell’anno in corso pubblicate sul sito di IHD – www.ihd.org.tr. Ho contribuito alla preparazione di comunicati stampa con i quali IHD, su suddetto sito, si espone affinché ogni sorta di ingiustizia non rimanga taciuta.

 

IHD ha ritenuto che la conoscenza delle problematiche politiche nel sud-est della Turchia esigesse un’esplorazione in situ, attraverso interviste informali a rappresentanti della popolazione indigena. Pertanto, l’associazione mi ha predisposto un soggiorno di oltre venti giorni nella regione, a Diyarbakιr, il quale ha costituito, per me, un’insostituibile opportunità di formazione, l’esperienza–cardine dello stage. Prima di allora, le informazioni a mia disposizione in merito alla scottante questione curda erano abbastanza abbozzate e, oltre tutto, tratte dalla lettura di pubblicazioni a tema.  In loco, ho udito, in presa diretta, la voce dei curdi i quali via via  incrociavano il mio cammino.

Direi di aver adottato l’approccio delle narrazioni: attraverso conversazioni, a volte accidentali, a volte intenzionali, raccoglievo brevi frammentarie storie di vita ( la lacunosità delle comunicazioni era dovuta alla mia mancata conoscenza della lingua turca, o di quella curda ). Erano, tuttavia, sempre intense porzioni biografiche della sofferenza che i miei interlocutori hanno vissuto a causa dell’oppressione turca.

Sotto il profilo economico e sociale, la regione abitata dai curdi è la meno sviluppata di tutta al Turchia. Gran parte della popolazione ha appena mezzi di sussistenza. Analfabetismo e lavoro minorile sono diffusi in maniera preoccupante.

Nel visitare questa regione della Turchia, l’osservatore realizza di aver raggiunto il medio-oriente. Dall’osservazione emerge quanto il sud-est sia culturalmente diverso dal resto della Turchia. Se il Paese nel suo complesso è teso contraddittoriamente verso un’ideale modernità occidentale, la sua regione sud-orientale sprofonda nella tradizione. Qui l’attaccamento ai costumi tradizionali è ancora più profondo che nel resto della Turchia. La società curda è fortemente patriarcale e, se possibile, ancora più conservatrice di quella turca. L’eterosessismo fallocratico è imperante: non ci sono alternative ai ruoli di genere eterosessualmente definiti. La posizione sociale del maschio è dominante e il percorso dell’emancipazione femminile è ancora assai lungo.

Nella società curda, il comunitarismo è ancora tenace, l’etica del servizio è radicata e la solidarietà è un valore sociale tenuto assai in considerazione. L’accoglienza è concessa allo straniero in una misura sorprendente. I curdi eccellono in ospitalità. Essi si distinguono per le straordinarie competenze sociali. Il mio gap linguistico era da loro colmato attraverso strumenti verbali minimali, o addirittura non verbali, adoperati con possenti sforzi di comunicazione. 

I curdi mostrano di essere alquanto fieri della loro identità culturale: non c’è modo di assimilarli definitivamente ai turchi. Il diritto a usare liberamente la loro lingua in ogni ambito di vita è stato interdetto. L’esistenza stessa dei curdi è stata negata. La lingua curda , la pratica della cultura curda, persino i concetti  di “curdo” e di “Kurdistan” sono stati rigettati. È significativo che, in un dizionarietto di turco-inglese di non più di 150 pagine, sia riportata la voce turca che sta per “turchizzare”. Difatti, le minoranze non turche – curda, armena e araba - hanno legittimità ad esistere solo se si turchizzano, ovvero se, dimentiche di se stesse, si assimilano all’identità turca.  La leadership turca non ha avuto il benchè minimo riguardo per la struttura multiculturale dell’Anatolia, che, di fatto, è un mosaico di differenti gruppi etnici. L’indirizzo di questa politica è stato la dissoluzione coatta di altre lingue e culture nella lingua e cultura  turca, in modo da creare una “nazione unita”.

Nonostante i loro diritti culturali siano persistentemente violati, i curdi resistono alla loro “morte culturale”. La lingua curda è viva e ricca. Essa ancora impregna la vita quotidiana, pur con gli sforzi che il governo turco ha fatto perchè si estinguesse. Severe limitazioni sono imposte alla programmazione televisiva in curdo. Le tramissioni tv in curdo sono permesse solo per poche ore alla settimana. Mentre le scritte in curdo sui manifesti, quale che ne sia il contenuto, sono proibite.

La lingua curda è del tutto esclusa nel sistema educativo istituzionale. A causa dell’obbligo di affrontare il processo educativo in turco, i bambini la cui lingua madre è il curdo facilmente finiscono in una situazione di svantaggio, prima nell’apprendimento e poi sociale. Infatti, saranno tagliati fuori dal raggiungimento dei più alti obiettivi educativi. Un simile fallimento, poi, condizionerà negativamente il destino sociale di questi bambini: in quanto non istruiti, o mal istruiti, avranno poche opportunità di prender parte nella fruizione delle risorse sociali.

Il sud-est della Turchia – o se vogliamo osare chiamarlo con il suo vero nome: Kurdistan – è un territorio altamente militarizzato; ma sarebbe più corretto definirlo sotto occupazione. Bunker militari, spesso risultanti solo di recinti di sacchi di sabbia da cui fanno capolino macchine da guerra, sono allestiti ovunque. Carri armati circolano per vie urbane ed extraurbane. Soldati, nei check point lungo le strade interurbane, brandiscono i loro fucili. Di fatto, la guerra civile nella Turchia sud-orientale non sembra affatto finita. Il Partito dei Lavoratori Curdi, il famigerato PKK, è ancora attivo. Il trattamento dei turchi nei riguardi dei curdi è stato spietato fin dalla fondazione della Repubblica. Non stupisce, allora, che il PKK corrisponda con quanto di peggio è capace di produrre: quelle che vengono chiamate azioni terroristiche. I curdi – i quali non hanno diritti nazionali e hanno subito  tremendi  abusi, i quali sono stati costretti alla povertà e all’ignoranza, i quali si sono viste sbarrare tutte le vie di lotta politica pacifica e legale – si sono armati, comprensibilmente, contro la crudele oppressione dello Stato turco.

Alcuni dei curdi intervistati si sono espressi a favore di una secessione del Kurdistan. Altri hanno rivendicato quanto meno i diritti culturali, pur senza la separazione dalla Repubblica turca. A dire il vero, la percezione che i curdi hanno di sé come popolo non è sempre così condivisa: alcuni di loro vedono se stessi solo come curdi, altri in parte come curdi e in parte come turchi, altri ancora riduzionisticamente solo come turchi…segno che l’assimilazione forzosa all’identità turca è parzialmente riuscita. Non dimentichiamo che Ocalan, leader del PKK oramai in prigione, conosce solo rudimenti della lingua curda e impartiva gli ordini ai guerriglieri in turco.

Io ho potuto personalmente esperire che parlare dei curdi e criticare le vessazioni contro di loro è rischioso. Qualsiasi iniziativa a favore dei curdi è giudicata come un grave crimine ed è punita. I difensori dei diritti dei curdi  - e sono tali in quanto difensori dei diritti umani – sono considerati sostenitori del “terrorismo” del PKK. A causa del loro attivismo, queste persone subiscono ritorsioni di ogni genere. Come ho già avuto modo di dire, torture, arresti arbitrari, processi iniqui, varie restrizioni della libertà di parola (come, ad esempio, multe amministrative) rimangono problemi ancora considerevoli. Ho incontrato persone accusate di abusi nell’esercizio della libertà di parola, secondo previsioni di legge che criminalizzano gli “insulti”, almeno presunti tali, rivolti al Padre dei Turchi, Atatürk ( il cui ritratto è ubiquitario ), alla bandiera ( che sventola in ogni dove ), all’identità nazionale, al Presidente della Repubblica e alle altre istituzioni di Stato.

A mio avviso, riforme sono assolutamente necessarie al fine di restituire ai curdi i diritti loro negati e un più equo statuto civile rispetto ai turchi. Solo attraverso una generale svolta democratica, Bruxelles può eventualmente prendere in considerazione la Turchia come candidata allo status di membro dell’Unione Europea. Queste riforme non devono essere soltanto una manovra per avvicinare la Repubblica turca a Bruxelles. Al contrario, devono autenticamente migliorare le condizioni dei curdi, ai fini di una oramai irrevocabile  democratizzazione della quale beneficino gli stessi cittadini turchi.

 

Valentino Minuto