|
Roma,
14 Aprile 2009
Premio
Takunda 2009 “ dei Protagonista sul campo“
L'attività
del Dott. Abdulcadir Mohamed Giama,
medico cooperante fondatore della COMSED, è
stata selezionata tra le prime tre
candidature dal Comitato preposto all’assegnazione del Premio
Takunda per la sezione dei Protagonisti
sul campo promosso da Cesvi con il
contributo del
Ministero Affari Esteri, Direzione Generale Cooperazione allo sviluppo.
Le
candidature finaliste sono state poi sottoposte all'attenzione
della Giuria d'onore e purtroppo il Dott. A. M. Giama non ha
superato la
selezione finale. Comitato e Giuria hanno comunque espresso
tutto il
Loro apprezzamento per l'attività à
del Galkayo Medical Center e del Dott.
Abdul dedicata alla lotta all'infibulazione e ai danni provocati dalle
mutilazioni femminili.
Il
Convitto Nazionale Regina Margherita
comunica cha dal prossimo anno scolastico resterà aperto
anche il sabato e la domenica
per poter ospitare bambini con le famiglie lontane.
Volantino
Roma,
21 Aprile 2009
Incontro
con l’Ambasciatore di Etiopia
Nuova legge in Etiopia rivolta alle ONG straniere e locali che operano
nel
territorio.
Nel
1991 è iniziata la cooperazione tra Italia ed
Etiopia. Prima del 1991 era presente in Etiopia una dittatura militare,
che
aveva ostacolato la cooperazione: le uniche organizzazioni presenti sul
territorio erano dei Save the Children e della Croce Rossa. Nel biennio 1984-1985
l’Etiopia
fu colpita da un periodo di siccità, che ebbe delle
conseguenze devastanti
sulla popolazione in termini di aumento della fame e delle malattie. Le
uniche
organizzazioni che hanno potuto aiutare gli etiopi in questa fase
furono le
chiese: cristiane ortodosse, cattoliche ed evangeliche a cui era
permesso l’accesso
sul territorio, grazie all’attività dei
missionari stranieri ed etiopi. L’Etiopia
è una nazione a maggioranza cristiana e storicamente la
chiesa cristiana, nella
sua rappresentanza cattolica e protestante, ha giocato un ruolo
importante nell’assistenza
e, in seguito, nella cooperazione. Dopo il 1991, finita la fase della
dittatura
militare, il nuovo stato etiope si costituisce in un sistema federale,
per
tutelare le differenze etniche presenti nel paese. Nascono nove stati
federali
e l’Eritrea decide di non appartenere a questa
confederazione. Gli stati
federali, pur facendo parte dell’Etiopia, godono di autonomia
politica. In
seguito alla riorganizzazione dello stato, il nuovo governo stipula
nuovi
accordi internazionali con i paesi stranieri, aprendo le porte alla
cooperazione. Nell’arco di un decennio, si assiste ad un
notevole incremento
dell’associazionismo: attualmente sono presenti in Etiopia
settemila ONG
straniere ed etiope. Tuttavia il paese è ancora in fase di
democratizzazione e
nel 2005 il governo ha varato un piano di sviluppo sociale ed economico
che ha
l’obiettivo di stabilizzare il paese.
La
riuscita della democratizzazione e l’uscita dalla
povertà e l’abbattimento della fame.
Per queste ragioni, il governo dell’Etiopia ha deciso di
stipulare una legge
sull’intervento delle ONG presenti nel paese.
L’ambasciatore ha sottolineato
che gli obiettivi delle ONG dovranno essere in linea con i piani di
sviluppo
del governo etiope, che ci dovrà essere pi
ù chiarezza da parte delle
ONG straniere sui bilanci e i fondi e che ci
sarà una forte limitazione nel sovvenzionamento delle ONG
etiope da parte di
paesi stranieri.
Molte ONG etiope sono coinvolte nella battaglia politica e nelle
attività à di advocacy
work, in passato, i fondi stranieri hanno compromesso
l’attività à di
queste organizzazioni. Per motivi di stabilità politica
all’interno del paese,
il governo vuole accertarsi della trasparenza sulla gestione del denaro
e i
finanziamenti. Per quanto riguarda l’attività
à delle ONG etiope, il governo
dell’Etiopia ha aumentato il budget per le sue ONG, a patto
che queste
dimostrino di fare progetti sostenibili nel tempo e sapersi
autofinanziare e
che ricevano solo il 10% di fondi da paesi e organizzazioni straniere.
Le attività
à di advocacy work (diritti umani,
politica, ecc ¦) possono essere
svolte solo da ONG etiope.
Su questo punto si è sollevato un ampio dibattito e
l’ambasciatore ha precisato
che solo le attività à di advocacy
spettano alle organizzazioni etiope,
perchè solo i cittadini etiopi
hanno il diritto di
contribuire al cambiamento delle leggi del loro paese, mentre le
organizzazioni
straniere possono contribuire a tematiche inerenti i diritti umani solo
attraverso interventi di aiuto: progetti per i bambini di strada,
microcredito
a favore delle donne, salute per le donne e i bambini.
Le ONG straniere, riconosciute dai loro paesi, dovranno essere
riconosciute
anche dal governo etiope ed essere iscritte al Ministero della
Giustizia dell’Etiopia.
Verrà costituita a breve un’Agenzia governativa,
che seguir à le attività à
delle ONG straniere e locali.
Tutti gli anni, le organizzazioni dovranno presentare
all’Agenzia il loro
bilancio e i progetti in corso.
In caso di irregolarità, le ONG andranno in corso a sanzioni
economiche, in
casi gravi come falso in bilancio verranno radiate dall’albo
del ministero
della giustizia e non sarà più permesso loro di
lavorare in Etiopia.
Le modalità di iscrizione al ministero della giustizia
etiope (requisiti e
altro) verranno comunicate in un secondo tempo.
L’ambasciata dell’Etiopia avrà cura di
mandare a tutte le ONG italiane il testo
di legge e le modalità operative dell’Agenzia
etiope a cui tutte le ONG
dovranno fare riferimento.
Daniela Costanza
Socio COMSED
04
Febbraio 2008
Sul
viaggio in Turchia e Kurdistan
Tra
luglio e ottobre del 2007, sono stato in Turchia
per un progetto di stage presso IHD, l’associazione
più grande del Paese, nonché
la primissima, per la difesa e promozione dei diritti umani. Fondata
nel 1986,
essa esercita il suo mandato attraverso 33 sedi, 4 uffici di
rappresentanza e
più di 10 mila membri e attivisti. Le attività
à da essa svolte coprono un
largo spettro, sebbene, poi, siano riconducibili a un unico obbiettivo
generale: informare l’opinione pubblica del mancato rispetto
dei diritti umani,
così da destare le coscienze.
L’impegno di IHD nel far valere violazioni dei diritti umani
e nell’invocare
rispetto per la dignità umana mi è parso, e di
sicuro lo è
concreto
e assai coraggioso. Per il suo
lavoro, l’associazione è andata soggetta a
incredibili pressioni. Essa ha
esperito innumerevoli ostacoli e forte ostilità. Lo
svelamento di pesanti
violazioni dei diritti umani e la messa in discussione di certe
politiche di
Stato sono stati percepiti come una minaccia alla Repubblica.
Dacchè IHD
è stata fondata, 21 dei suoi membri sono
stati uccisi. Membri e attivisti sono stati in vario modo perseguitati “ dalle
intimidazioni alla detenzione
arbitraria fino alla torture. Molte sedi dell’associazione
sono state
temporaneamente chiuse per decisione delle pubbliche
autorità. Birdal, uno dei
Presidenti, ha subito un attentato alla sua vita nella sede di Ankara,
a opera
di due membri di un gruppo paramilitare verosimilmente legato allo
Stato. Pur
avendo riportato ferite da arma da fuoco,è sopravissuto.
Ancora la porta del
suo ufficio reca i fori dei proiettili con la quale si è
consumata l’aggressione
a ricordare che siamo in un Paese in cui la violenza di Stato pu À²
mettere a tacere le persone che hanno il
coraggio di denunciarne gli abusi.
Prima dello stage, la mia esperienza di attività
à di difesa e promozione dei
diritti umani era nulla. Ho iniziato, allora, col colmare il vuoto
informativo
su storia e cultura della Turchia. Me ne è derivata
un’accresciuta conoscenza,
quantomeno generale, di rilevanti aspetti politici, sociali ed
economici del
Paese. Infatti, senza una panoramica del background
storico-culturale turco, non
possono essere comprese le ragioni per cui sono state perpetrate, e lo
sono
ancora seppure in misura minore, preoccupanti violazioni dei diritti
umani. La
Repubblica turca, dietro la facciata democratica, cela il super-potere
dei
vertici militari che, di fatto, determinano la direzione politica del
Paese,
incuranti del rispetto delle procedure parlamentari.
Lo Stato di diritto
è debole: la violenza di Stato è esercitata
contro ogni forma di dissenso. La
critica al potere è impraticabile. Genocidio armeno,
oppressione anti-curda e
occupazione di Cipro sono questioni ancora aperte, sulle quali non solo
l’establishment
ma anche l’opinione pubblica in generale rifiutano di
intraprendere un libero
dibattito. Tracciato questo sfondo, poi, la messa-a-fuoco del
mio studio
ha riguardato, in maniera specifica, lo stato dei diritti umani in
Turchia.
In prima istanza, l’analisi dell’osservanza, o
meno, dei diritti umani si è svolta
attraverso la lettura di alcuni rapporti internazionali ( come quello
UN del
2003 sulla discriminazione contro le donne, quello sempre UN del 2005
sui
difensori dei diritti umani, quello del Consiglio d’Europa
del 2005 sulla
tortura e i trattamenti inumani o degradanti, quello di Amnesty
International
del 2006 sui diritti umani in generale, etc. ). Chiaro mi è
parso che l’ottemperanza
di un largo spettro di fondamentali diritti umani è
disattesa in Turchia.
Con
questo mio studio documentato, la mia
consapevolezza di gravi e sistematiche violazioni, prima vaga, si
è fatta
trasparente.
In seconda istanza, la mia valutazione della situazione dei diritti
umani in
Turchia si è fondata su conversazioni, sempre informali, che
ho intrattenuto o
con difensori dei diritti umani, o con vittime di violazioni, o con
persone a
quest’ultime collegate ( parenti o amici ), o anche con
persone semplicemente informate
sui fatti,
sebbene il
più delle volte fossero mal-informate ( la propaganda turca
ha in vario modo
inquinato le coscienze con il risultato di un ostinatissimo
negazionismo
storico ).
Il quadro, assai inquietante,è questo: quanto al diritto
alla vita, esecuzioni
o ferimenti extragiudiziali da parte delle forze di di sicurezza, sparizioni
forzate, aggressioni da parte di persone non identificate per ragioni
politiche; quanto al diritto all’integrità fisica
e psichica, torture,
maltrattamenti, comportamenti degradanti nelle stazioni di polizia e
nelle
carceri, assalti violenti durante marce e manifestazioni; quanto alla
libertà
personale, nonchèal diritto ad un equo processo, detenzioni
e carcerazioni
arbitrarie, processi fittizi; poi, impunit à di agenti di
polizia, gendarmi e
guardie di villaggio in riferimento a gravissimi abusi da loro
commessi; quanto
alla libert à di espressione, pene pecuniarie, messe al
bando, censure,
restrizioni, confische; e ancora, pessime condizioni di vita nelle
carceri e
trattamento disumano a carico dei detenuti; pressioni, come gi
à detto, su
istituzioni e persone che difendono i diritti umani: raid di polizia,
sequestro
di documenti e computer, minacce, arresti e processi per deicrimini
connessi
all’uso della parola ¦ Io stesso mi sono
confrontato con l’ostracismo della
polizia, la quale ha reso lungo e farraginoso l’iter per
l’ottenimento del
permesso di soggiorno in Turchia. Su ammissione di uno degli agenti, la
procedura, per uno stagista in IHD, non era quella normale.
Chiaramente, le mie aspettative rispetto allo stage, in larga misura
corrisposte nonostante certe carenze organizzative, si sono indirizzate
alla
comprensione dei meccanismi di funzionamento di
un’organizzazione che si
mobiliti per la difesa e protezione dei diritti umani. Ho acquisito
delle buone
competenze nel raccogliere informazioni circa violazioni dei diritti
umani,
attraverso la Rete, quotidiani e riviste in genere, nonché
interviste alle
vittime. Buone anche le competenze maturate nell’utilizzare i
canali
informativi per portare quelle violazioni a conoscenza
dell’opinione
pubblica. Ho redatto, infatti, lettere d’appello per
sollecitare le pubbliche
autorità a prendere delle misure contro documentate
violazioni dei diritti
umani, quando non fossero quelle stesse autorità i
perpetratori di tali
violazioni. Mi sono occupato della costruzione di alcuni dei testi
delle newsletter
dei mesi di agosto, settembre e
ottobre dell’anno in corso pubblicate sul sito di IHD “ www.ihd.org.tr.
Ho contribuito alla preparazione
di comunicati stampa con i quali IHD, su suddetto sito, si espone
affinchè ogni
sorta di ingiustizia non rimanga taciuta
.
IHD ha ritenuto che la conoscenza delle problematiche politiche nel
sud-est
della Turchia esigesse un’esplorazione in
situ,
attraverso interviste informali a
rappresentanti della popolazione indigena. Pertanto,
l’associazione mi ha
predisposto un soggiorno di oltre venti giorni nella regione, a
Diyarbakιr, il
quale ha costituito, per me, un’insostituibile
opportunità di formazione, l’esperienza
“cardine dello stage. Prima di allora, le informazioni a mia
disposizione in
merito alla scottante questione curda erano abbastanza abbozzate e,
oltre
tutto, tratte dalla lettura di pubblicazioni a tema. In
loco,
ho udito, in presa diretta, la
voce dei curdi i quali via via incrociavano il mio cammino.
Direi di aver adottato l’approccio delle narrazioni:
attraverso conversazioni,
a volte accidentali, a volte intenzionali, raccoglievo brevi
frammentarie
storie di vita ( la lacunosità delle comunicazioni era
dovuta alla mia mancata
conoscenza della lingua turca, o di quella curda ). Erano, tuttavia,
sempre
intense porzioni biografiche della sofferenza che i miei interlocutori
hanno vissuto
a causa dell’oppressione turca.
Sotto il profilo economico e sociale, la regione abitata dai curdi e la
meno
sviluppata di tutta al Turchia. Gran parte della popolazione ha appena
mezzi di
sussistenza. Analfabetismo e lavoro minorile sono diffusi in maniera
preoccupante. Nel visitare questa regione della Turchia,
l’osservatore realizza
di aver raggiunto il medio-oriente. Dall’osservazione emerge
quanto il sud-est
sia culturalmente diverso dal resto della Turchia. Se il Paese nel suo
complesso è teso contraddittoriamente verso
un’ideale modernità occidentale, la
sua regione sud-orientale sprofonda nella tradizione. Qui
l’attaccamento ai
costumi tradizionali è ancora pi ù profondo che
nel resto della Turchia. La
società curda
è fortemente patriarcale e,
se possibile, ancora più conservatrice di quella turca.
L’eterosessismo fallocratico
è imperante: non ci sono
alternative ai ruoli di genere eterosessualmente definiti. La posizione
sociale
del maschio è dominante e il percorso
dell’emancipazione femminile è ancora
assai lungo. Nella società curda, il comunitarismo
è ancora tenace, l’etica del
servizio è radicata e la solidarietà è
un valore sociale tenuto assai in
considerazione. L’accoglienza è concessa allo
straniero in una misura
sorprendente. I curdi eccellono in ospitalità. Essi si
distinguono per le
straordinarie competenze sociali. Il mio gap
linguistico era da loro colmato
attraverso strumenti verbali minimali, o addirittura non verbali,
adoperati con
possenti sforzi di comunicazione. I curdi mostrano di essere
alquanto
fieri della loro identità culturale: non
c’è modo di assimilarli
definitivamente ai turchi. Il diritto a usare liberamente la loro
lingua in
ogni ambito di vita è stato interdetto.
L’esistenza stessa dei curdi è stata
negata. La lingua curda , la pratica della cultura curda, persino i
concetti di curdo e di dei Kurdistan sono stati rigettati. a significativo che, in un
dizionarietto di
turco-inglese di non più di 150 pagine, sia riportata la
voce turca che sta per
deiturchizzare . Difatti, le minoranze non turche “
curda, armena e araba - hanno legittimità ad
esistere solo se si turchizzano, ovvero se, dimentiche di se stesse, si
assimilano all’identità turca. La
leadership turca non ha avuto il benché
minimo riguardo per la struttura
multiculturale dell’Anatolia, che, di fatto,è un
mosaico di differenti gruppi
etnici. L’indirizzo di questa politica è stato la
dissoluzione coatta di altre
lingue e culture nella lingua e cultura turca, in modo da
creare una deinazione
unita
. Nonostante i loro diritti
culturali siano persistentemente violati, i curdi resistono alla loro
deimorte culturale. La lingua curda è viva e ricca.
Essa ancora impregna la vita quotidiana, pur con gli sforzi che il
governo
turco ha fatto perché si estinguesse. Severe limitazioni
sono imposte alla
programmazione televisiva in curdo. Le tramissioni tv in curdo sono
permesse
solo per poche ore alla settimana. Mentre le scritte in curdo sui
manifesti,
quale che ne sia il contenuto, sono proibite. La lingua curda
è del tutto
esclusa nel sistema educativo istituzionale. A causa
dell’obbligo di affrontare
il processo educativo in turco, i bambini la cui lingua madre
è il curdo
facilmente finiscono in una situazione di svantaggio, prima
nell’apprendimento
e poi sociale. Infatti, saranno tagliati fuori dal raggiungimento dei
più alti
obiettivi educativi. Un simile fallimento, poi, condizionerà
negativamente il
destino sociale di questi bambini: in quanto non istruiti, o mal
istruiti,
avranno poche opportunit à di prender parte nella fruizione
delle risorse
sociali.
Il sud-est della Turchia “
o se vogliamo
osare chiamarlo con il suo vero nome: Kurdistan “è
un territorio altamente militarizzato; ma
sarebbe più corretto definirlo sotto occupazione. Bunker
militari, spesso
risultanti solo di recinti di sacchi di sabbia da cui fanno capolino
macchine
da guerra, sono allestiti ovunque. Carri armati circolano per vie
urbane ed
extraurbane. Soldati, nei check point lungo le strade interurbane,
brandiscono
i loro fucili. Di fatto, la guerra civile nella Turchia sud-orientale
non
sembra affatto finita. Il Partito dei Lavoratori Curdi, il famigerato
PKK,è ancora
attivo. Il trattamento dei turchi nei riguardi dei curdi è
stato spietato fin
dalla fondazione della Repubblica. Non stupisce, allora, che il PKK
corrisponda
con quanto di peggio è capace di produrre: quelle che
vengono chiamate azioni
terroristiche. I curdi “
i quali non
hanno diritti nazionali e hanno subito tremendi
abusi, i quali sono
stati costretti alla povertà e all’ignoranza, i
quali si sono viste sbarrare
tutte le vie di lotta politica pacifica e legale “
si sono armati, comprensibilmente, contro la
crudele oppressione dello Stato turco.
Alcuni dei curdi intervistati si sono espressi a favore di una
secessione del
Kurdistan. Altri hanno rivendicato quanto meno i diritti culturali, pur
senza
la separazione dalla Repubblica turca. A dire il vero, la percezione
che i
curdi hanno di sia come popolo non è sempre così
condivisa: alcuni di loro vedono
se stessi solo come curdi, altri in parte come curdi e in parte come
turchi,
altri ancora riduzionisticamente solo come turchi segno che
l’assimilazione
forzosa all’identità turca è
parzialmente riuscita. Non dimentichiamo che
Ocalan, leader del PKK oramai in prigione, conosce solo rudimenti della
lingua
curda e impartiva gli ordini ai guerriglieri in turco.
Io ho potuto personalmente esperire che parlare dei curdi e criticare
le
vessazioni contro di loroèrischioso. Qualsiasi iniziativa a
favore dei curdi è giudicata
come un grave crimine edèpunita. I difensori dei diritti dei
curdi - e
sono tali in quanto difensori dei diritti umani “
sono considerati sostenitori del deiterrorismo del PKK. A causa del loro attivismo, queste persone subiscono
ritorsioni di
ogni genere. Come ho già avuto modo di dire, torture,
arresti arbitrari,
processi iniqui, varie restrizioni della libertà di parola
(come, ad esempio,
multe amministrative) rimangono problemi ancora considerevoli. Ho
incontrato
persone accusate di abusi nell’esercizio della
libertà di parola, secondo
previsioni di legge che criminalizzano gli dei insulti, almeno
presunti tali,
rivolti al Padre dei Turchi, Atat
À¼rk (
il cui ritratto è ubiquitario ), alla bandiera ( che
sventola in ogni dove) , all’identità
nazionale, al Presidente della Repubblica e alle altre istituzioni di
Stato. A
mio avviso, riforme sono assolutamente necessarie al fine di restituire
ai
curdi i diritti loro negati e un più equo statuto civile
rispetto ai turchi.
Solo attraverso una generale svolta democratica, Bruxelles
può eventualmente
prendere in considerazione la Turchia come candidata allo status
di membro dell’ Unione Europea.
Queste riforme non devono essere soltanto una manovra per avvicinare la
Repubblica turca a Bruxelles. Al contrario, devono autenticamente
migliorare le
condizioni dei curdi, ai fini di una oramai irrevocabile
democratizzazione della quale beneficino gli stessi cittadini
turchi.
Valentino Minuto
Vicepresidente
COMSED
|