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La dura realtà della disabilità mentale in Somalia, un paese sull’orlo della follia.

                 

La dura realtà della disabilità mentale in Somalia, un paese sull’orlo della follia.

Infibulazione, povertà, lotta per la sopravvivenza e le precarie condizioni della salute psicofisica delle donne fino alla malattia mentale.

I diciannove anni di conflitto contro il regime del generale Siad Barre, il fallimento della missione ONU e le violenze commesse dai cosiddetti “signori della guerra” hanno portato letteralmente al collasso le strutture politiche, amministrative e sanitarie della Somalia, rendendola uno dei Paesi più poveri del Terzo Mondo.

Dopo la guerra civile si è assistito a una massiccia emigrazione verso i grandi centri urbani del nord a causa della miseria e delle lotte tra clan ancora imperversanti nel centro e sud del Paese.

La desertificazione e le calamità naturali hanno contribuito a tali movimenti, in quanto un buon numero di nomadi, come sono da sempre gli abitanti del nord della Somalia, hanno deciso di abbandonare l’attività pastorale e sopravvivere grazie alle rimesse dei parenti dall’estero.

Dei nove milioni di abitanti, si stima che oggi quasi un terzo (2,6 milioni) abbia urgente bisogno di assistenza umanitaria. Particolarmente grave è stata per anni la condizione dei disabili mentali: dopo la distruzione nel 1991 dell’ospedale ex Forlanini nella capitale Mogadiscio, fino al 2005 sono venuti totalmente a mancare i servizi di salute mentale. Gran parte dei malati venivano incatenati nelle loro case, sottoposti a riti magici o cacciati dalle famiglie.

Sono tante le famiglie convinte che le patologie mentali non possano essere curate, e quindi si limitano a isolare il malato sperando che prima o poi si calmi.

” Sebbene non si abbiano cifre attendibili riguardo l’esatto numero di malati mentali in Somalia, le autorità stimano che quasi metà della popolazione somala ne sia affetta.

Ed ecco che durante circa quindici anni di guerra civile la Somalia ha assistito a una distruzione dei sistemi tradizionali e clanici; tale perdita ha investito anche il sistema di cura e di credenze, forse anche per il sorgere di nuovi traumi e disturbi (PSTD, psicosi reattiva da abuso di chat).

Là dove la sofferenza mentale si è manifestata all’interno di una struttura sociale disgregata, anche la cura tradizionale si è rivelata inadeguata, incapace di rispondere in maniera efficace. Così la farmacoterapia e il fai da te hanno trovato spazio nel territorio lasciato vuoto dal cambiamento e dalle trasformazioni che hanno investito la società somala

La cittadina portuale di Bosaso, capitale commerciale della regione semi-autonoma del Puntland, è un rovente vortice di sfollati somali che scappano dalla guerra, rifugiati etiopi che si rifugiano dalla carestie, e richiedenti asilo provenienti da vari Paesi tra cui la Repubblica democratica del Congo e persino la Mauritania.

Questo enorme fardello di storie tragiche, fa pressione su dei civili affaticati e frustrati, tanto fisicamente, quanto psicologicamente.

Per i disperati che s’insediano alla perife­ria di Bosaso, sparsi in ventisei campi profughi (che secondo l’Onu ospitano più di 28mila ci­vili), non resta che costruire do­ve si può capanne fatte di strac­ci e cartoni trovati nelle discari­che a cielo aperto.

La Comsed ha organizzato un convegno in data 07/04/2017 dove si affronta anche questa tematica e in questa occasione diciamo NO DISABILI PSICHICI IN CATENA.

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